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Back to … (parte 3)

Aggiornamento: 14 nov 2022

'Quiet quitting' e benessere: quando il rientro al lavoro in epoca post-Covid si accompagna a strategie individuali di minor investimento personale. Come ripartire?



Altra telefonata, stesso tema. Altra persona che dice di essere rientrata al lavoro con un senso di nausea, e tuttavia, una volta in azienda, di aver provato anche piacere a incontrare y colleghy, ma, poi, un senso di difficoltà e fatica a impostare i nuovi progetti, fino alla frase finale: ‘onestamente mi chiedo chi me lo fa fare …’

Ecco che si aggiunge ad altre in pochi giorni, che, a neanche due settimane dalla ripresa delle attività, prova una sorta di spaesamento, delusione, senso di non riuscire a incidere nel contesto e fondamentalmente nella propria vita, tanto che affiora sempre più lucidamente il pensiero di ‘mollare il colpo’, fare il minimo indispensabile e – solo alcuny - valutare ‘altro’, che per il momento però è un ‘altro’ indefinito.



Il 'quiet quitting'


Frasi che si sentono sempre più spesso e che sono sempre più vicino a noi. La rete, come ad esempio Tik Tok, ha già coniato un nuovo nome, il ‘quiet quitting’, letteralmente 'abbandono silenzioso' (con un hashtag che in poco tempo ha raggiunto oltre 9 milioni di visualizzazioni), quell’atteggiamento emergente di dimissioni lampo che pareva coinvolgere particolarmente y più giovany, ma evidentemente non solo. Ma è anche la scelta, di fronte ad insoddisfazione e sfruttamento, di un impegno ‘minimo’ nel lavoro, facendo l’indispensabile, quanto richiesto, né più né meno di quanto previsto dalla job description, a vantaggio di un equilibrio migliore con ciò che sta ‘al di fuori’, come famiglia, amicizie, hobby, altro. Sembra essere la perfetta ricetta proprio di quel work-life balance di cui ormai da anni si teorizza nelle aziende e nel mondo del lavoro e che non è facile da attuare.

C’è tuttavia da chiedersi se si tratti davvero di questo e non invece d’altro, una sorta di burnout collettivo più che un orientamento verso un equilibrio vita-lavoro, di fronte al quale si trovano ‘strategie’ di sopravvivenza, di disingaggio, quando non di evitamento.


Il fenomeno sorge dopo due anni di pandemia nella quale le risorse individuali sono state messe alla prova da richieste prestazionali importanti, in nome di una ri-crescita (ok, necessaria!), a fronte però di difficoltà individuali inascoltate. L’aver vissuto situazioni dolorose familiari, magari aver attraversato in prima persona la paura della malattia e, con la malattia, la stanchezza che ha lasciato in molty (il cosiddetto long-Covid). E poi il senso di essersi resy disponibily, facendo il proprio dovere, alle richieste superiori e tuttavia di essersi sentity spesso soly: tutto questo ha lasciato tracce.



L'analisi dell'esperta


È possibile allora che quanto sta succedendo non sia tanto una ‘moda’ e quindi osservabile dal punto di vista del comportamento, ma invece un fenomeno attivato da strategie della mente. Più autory - senza disturbare già Darwin fino ay più recenty come Benjamin - invitano a osservare i comportamenti individuali e quindi gli individui nelle dinamiche relazionali, considerando il nostro essere ‘perfetty’ (nel senso di coerenty) nel nostro funzionamento neurale, che ci muove in fondo in ottica evolutiva. Ecco allora come sia altamente probabile che ad una fase in cui ci sforziamo con determinazione a raggiungere gli obiettivi e cercare di uscire dal tunnel (della paura e del rischio nella fattispecie), nel momento in cui i nostri sforzi persistono per un tempo superiore a quello che sentiamo di poter gestire, ne segue una seconda, caratterizzata da spaesamento, proprio per il fatto di non aver compreso come gli sforzi possano non aver portato alcun risultato concreto e soddisfacente. E qui cominciamo a provare ansia, con quel senso di stare nell’incertezza e pure nel rischio, senza comprendere precisamente da quale fonte e quale entità di rischio per noi. L’ansia qui è in un certo senso biologicamente evolutiva, proprio perché conseguente all’incapacità di giungere ad un risultato. E dopo questo, nel momento in cui dovesse persistere la situazione di investimento senza risultato, il nostro sistema ci protegge e ci accompagna ad una fase di risparmio delle energie, non avendo trovato altra strada utile al risultato. Questa è una frase in qualche modo depressiva, proprio perché di risparmio di energia, nella quale le migliori strategie che la nostra mente trova sono evidentemente di riduzione dell’ingaggio, a volte di allontanamento.


Quanto allora il 'quite quitting' corrisponde proprio a questa fase, nella quale un po’ ci raccontiamo di voler a riequilibrare la nostra vita e tuttavia adottiamo così la strategia del 'via da', perché in realtà in qualche modo incapaci, inefficaci, a incidere nel nostro contesto? Ecco quindi che ci ritroviamo a vivere un burnout collettivo, mascherato da strategie di evitamento.


È una ipotesi, e tuttavia quanto questo porti ad una situazione di benessere e di equilibrio psicologico, andrà verificato. Questo essere ‘diligenti q.b.' ('quanto basta’), all’interno dell’azienda si accompagna ad un impoverimento di risorse e ad un minor valore generato dalle risorse umane appunto, quando non anche ad una minore elasticità funzionale, nei processi, nei quali l’apporto umano fa la differenza, non solo rispetto alla macchine. Il disinvestimento mentale a tutela delle proprie energie si accompagna a minore disponibilità a stimoli, a minore produzione mentale, rinunciando a eventuali soluzioni innovative. Per il singolo è dubbio che un approccio di vita impostato sul risparmio energetico per un terzo della giornata (le sette - otto ore normalmente lavorative) porti al benessere nel lungo periodo, non foss’altro che la nostra mente si ricarica grazie agli stimoli e non invece per mezzo della limitazione, del riposo, della ridotta attività, salvo che in corso di burnout. Non è possibile produrre quella 'chimica buona', se non attraverso un processo interiore di attivazione di ciò che ha valore per noi e che sentiamo di poter perseguire. Sono queste le basi della motivazione.



Che fare in alternativa, allora?


Può essere sicuramente d’aiuto prenderci dei tempi per ‘staccare’ e rallentare, dedicandoci a ciò che ci nutre e con mente ‘attiva’, in modo consapevole, come fase temporanea, utile a ritrovare se stessy e le proprie energie interiori.


È infatti importante, in parallelo, rinforzare il proprio pensiero critico e la capacità di una visione positiva (da leggersi come bipensiero, e non come pensiero positivo di stampo statunitense, a tratti tossico e controproducente), che entrambi aiutano a osservare ciò che concretamente è disponibile ed è stato già realizzato, per ritrovare il senso di farcela nel percorso ancora da affrontare.


E poi pure mantenere aperto il canale di comunicazione e rinforzarne le capacità, per non rinunciare in nessun modo a esprimere ciò che si sente (anche se si è stanchy, quando non sfinity!), le proprie difficoltà, a chiedere e ascoltare delle difficoltà dyi altry (anche se si pensa di conoscerle), a invitare a trovare delle soluzioni utili per i diversi punti di vista, in quella logica win-win, che non è il compromesso, ma la ricerca davvero di una 'quarda' soddisfacente per le diverse parti.


E quindi poi a ritrovare la capacità di orientare se stessy, prima che y altry: quella self-leadership che ci permette di gestire in modo efficiente le risorse nostre e a cui possiamo attingere.


E perché non anche la capacità di ascolto. Ascolto innanzitutto delle proprie sensazioni, emozioni, pensieri, per ‘autorizzarci’ a riconoscerli e poi ad esprimerli. Situazione questa spesso troppe volte evitata, in nome di aspettative già note, che però provengono dal nostro passato e condizionano in modo troppo rigido il futuro, limitandone le possibilità di cambiamento.


In questo momento è importante quindi prendere il tempo che serve, sicuramente, non tanto per disinvestire dal lavoro come obiettivo, come scelta di vita, quanto invece per poter osservare Il contesto e soprattutto fare un’analisi delle risorse che abbiamo a disposizione per affrontarlo: le soft skills necessarie andranno poi rinforzate, perché di fronte ad una complessità diversa è opportuno un miglior allenamento.



Paola Gonella


P.S. Per un approfondimento sulle Soft Skills vi invitiamo a visionare il corso omonimo tenuto dall'autrice dell'articolo Paola Gonella e da Silvia Tonti al link:


https://it.thecamelotinstitute.com/service-page/soft-skills?referral=service_list_widget



Ph. by Nubelson Fernandez


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