top of page

Black Friday, Cyber Monday e bisogni capitalistici in un mondo che brucia



Chi mi conosce o mi segue da un po’ lo sa: sono appassionata di small brand, di artigianato, di second hand, di vintage, riciclo e sostenibilità.


È una gioia per gli occhi e per il cuore ricevere ogni mese le mie subscription box piene zeppe di prodotti ecologici per la pulizia, carta igienica riciclabile e skin care vegana senza packaging.

Penso che cambiare abitudini d’acquisto per la salvaguardia del pianeta su cui siamo ospiti rappresenti un dovere fondamentale, dovere che porta con sé però anche un po’ il piacere della scoperta e di senso del nuovo che avanza. Sono soprattutto y più giovany, infatti ad avere esigenze oggi per fortuna molto diverse. Vogliamo sapere come viene prodotto ciò che compriamo, se sono staty sfruttaty lavoratory e animali non umani nel realizzarlo, quanta vita avrà all’interno delle nostre, di vite, e anche come sarà smaltito quando non ne avremo più bisogno.

Black Friday e Cyber Monday: compriamo davvero cose che ci servono?


Ultimamente, però, mi sono fermata a pensare a quanto in realtà non abbiamo bisogno della metà delle cose che possediamo e compriamo e a riflettere sul valore reale dei singoli oggetti: ne è venuto fuori un dialogo interiore che mi sento di condividere con voi.

Venerdì c’è stato il famoso Black Friday: molty di noi hanno comprato tantissime cose, tra regali di Natale, vestiti per la nuova stagione, tv, telefoni, mobili e qualche best seller. Oggi, invece, tocca al Cyber Monday; praticamente, ci troviamo immersy in giorni e giorni di sconti folli in cui ci affanniamo per accumulare oggetti come se il mondo non stesse davvero finendo.


Vi sblocco un ricordo: la scorsa estate, la più calda che abbiamo mai vissuto eppure la più fresca che vivremo da qui alla fine del nostro tempo su questa terra. Venti gradi a novembre? Simpatica la foto al mare, per carità, ma non c’è niente da ridere.


L’impatto degli acquisti sull’ambiente


Produrre, trasportare e smaltire gli oggetti che smettiamo di usare ha sull’ambiente un impatto gigantesco: pensate che la sola industria dell’abbigliamento è responsabile del 10% di tutte le emissioni di CO2 a livello mondiale, molto di più di quelle di voli e navi MESSI INSIEME. E se continuiamo a produrre a questo ritmo, la percentuale salirà al 50% nel 2030 (fonte: worldbank.org).


Collective fashion justice individua l’industria della moda come una della più ricche e proficue del pianeta, con un valore di circa 1.5 trilioni di dollari; eppure, lo stipendio medio di chi produce i nostri vestiti in Bangladesh è di 94 dollari al mese.


Vogliamo parlare di tecnologia? Bene: le batterie dei nostri smartphone vengono prodotte da materiali tossici estratti da bambiny in Africa centrale per pochissimi centesimi al giorno. E soltanto il 17 % dei prodotti tecnologici che acquistiamo viene smaltito e riciclato correttamente al termine della sua funzione.


Potremmo parlare all’infinito di quanta ingiustizia e colonialismo siano alla base del mercato capitalista in cui nostro malgrado siamo immersy, questi sono solo alcuni esempi.


Però, Camelot è un posto in cui ci piace riportare il focus sulla fioritura personale.



Dare valore agli oggetti che possediamo già


Per cui vi chiedo: vi ricordate com’era, da piccoly, aprire l’armadio delle nonne? Quei vestiti conservati alla perfezione, rammendati, i bottoni cambiati, se necessario, ma mai buttati, persistenti. Le pellicce, che oggi vogliamo ecologiche e basta, che venivano tirate fuori solo per le occasioni importanti. I gioielli tramandati da generazione in generazione.

E poi: i mobili antichi, lucidi. Le macchine da cucire. I servizi di piatti che accompagnavano il brodo del Natale, quelli che invece erano in cucina ogni giorno. Una volta, un oggetto non era semplicemente un oggetto: era anche un ricordo. Era parte delle storie di una famiglia, e se ne ammirava il valore, costato sacrifici, resistito al tempo e al consumo: prima dello shopping sfrenato, eravamo società più sostenibili.


Ecco, mi piacerebbe che quando compriamo qualcosa riuscissimo a spostare, di nuovo, il focus su cosa c’è dietro quel semplice oggetto, per davvero: possiamo fare scelte migliori, comprare usato, preferire brand sostenibili, certo, ma se prima non ripartiamo dal valore della singola cosa, non cambieremo mai il nostro senso di bisogno influenzato da pubblicità e capitalismo senza scrupoli.


Cosa dobbiamo chiederci prima di comprare


Ho imparato a fare quest’esercizio, quando sto per comprare qualcosa, e spero possa tornarvi utile in qualche modo: mi chiedo quanto resterà nella mia vita, se è in grado di creare un ricordo, come il telefono con i numeri giganti a casa di mia nonna, o la sua scatola di bottoni, o se semplicemente durerà il tempo di una stagione.


Mi chiedo se davvero ne ho voglia, o se mi serve sul serio.

Mi chiedo chi l’ha prodotto, poi, certo.

Di cosa è fatto. Come potrò smaltirlo quando non ne avrò più bisogno.


E questo mi porta a fare scelte migliori: un oggetto di cui conosco il valore, il sacrificio dietro la produzione, e l’inquinamento potenziale al termine della sua vita, tenderò molto probabilmente di più a venderlo, o a donarlo, quando non mi servirà più; e non semplicemente a buttarlo via, contribuendo alla crisi climatica globale.


Di cosa abbiamo bisogno per essere felici


Ed è così che sono riuscita a rendermi conto di una cosa semplice, banale, forse, ma fondamentale: abbiamo davvero bisogno di pochissime cose per essere felici. E abbiamo bisogno solo di quelle cose che restano con noi più tempo possibile, contribuendo a creare ricordi e valore.


Probabilmente, le settimane di sconti rappresentano per molty la possibilità di poter comprare una tv nuova che altrimenti non potrebbero permettersi, o i vestiti per y bambiny in crescita; per questo, trovo molto difficile demonizzarli.


Chi paga veramente il prezzo degli oggetti super-cheap?


Però, chiediamoci come fa, un oggetto, a costare così poco. Su chi, quei saldi, pesano sulle spalle come macigni: quante ore di lavoro con le mani che sanguinano, quanto sfruttamento, per abbattere quei costi di produzione. Una camicetta prodotta da un piccolo brand, in maniera sostenibile, quindi non in massa, certamente non costerà mai dieci euro: non sarebbe possibile pagare il lavoro o il materiale con cui è stata realizzata.


Perciò: compriamo meno. Compriamo poco. Compriamo meglio. Riusiamo. Rinnoviamo. Ricicliamo. Autoproduciamo.


Solo così, in uno sforzo collettivo, il pianeta e tutte le specie che lo abitano potranno sopravvivere. La nostra compresa.


Solo così, potremo imparare a basare le nostre vite non sullo sfruttamento e sul lavoro continuo per poter pagare beni di cui non abbiamo assolutamente alcuna necessità reale, ma sulle interazioni umane, il tempo passato nella natura, la cura reciproca e le comunità.



Benedetta Lo Zito



Ph. by Wix Media