Teatro e Neuroscienze (parte 1)

Tecniche neuroestetiche per la cura del morbo di Parkinson





Introduzione

Vezio Ruggeri, docente di Psicologia per le Arti dello Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma, nel suo manuale L’esperienza estetica: fondamenti psicofisiologici per un’educazione estetica suggerisce:

‹‹ Il corpo, con i suoi muscoli, è come uno strumento musicale, per esempio una grande arpa. Chi non avesse mai visto lo strumento musicale […] avrebbe difficoltà ad immaginare che tanta ricchezza di suoni possa nascere dal movimento di corde di diversa lunghezza e di diverso spessore: da corde diversamente tese! Il corpo ha più muscoli che l’arpa corde! I muscoli del corpo suonano per il suo autore. La musica corrisponde ai vissuti soggettivi generati dal gioco di tensione dei muscoli.››[1]

Le emozioni umane hanno una profonda base fisiologica, anzi potrebbero essere considerate come il risultato di diverse contrazioni muscolari, di diverse melodie suonate dalla nostra “arpa”. Se accostiamo questa immagine con l’idea di risonanza capiamo come in teatro l’attore, orchestrando abilmente sia mente che corpo, possa far riverberare le proprie note anche nell’ “arpa” dello spettatore: l’attore può condurre dinamiche di attesa, sospensioni, sorprese e risoluzioni che risuonano direttamente nello spazio d’azione condiviso con lo spettatore.

L’intreccio fra tensione e piacere è carico di sfumature: si può, perciò, ipotizzare come, organicamente, esista un piacere dello spettatore indotto tramite la risonanza dei rispettivi sistemi specchio a livello psicomotorio, preconcettuale, preinterpretativo e, in senso allargato, ritmico.

È stato qui perciò approfondito il dialogo fra teatro e neuroscienze al fine di comprendere i meccanismi cerebrali alla base della produzione teatrale e, di conseguenza, dimostrare le proprietà curative che le arti performative possono offrire in sede di riabilitazione psicofisica di malattie neurodegenerative che affliggono la sfera motoria intenzionale, come il morbo di Parkinson. In questo elaborato è stato dunque analizzato nel dettaglio lo studio sulle proprietà specchio dell’essere umano, dalla scoperta alle sue implicazioni medico-psico-filosofiche, e ci si è soffermati su tre aspetti fondamentali sia per la ricerca sulla mappatura del cervello che per l’esperienza estetica, ossia l’intenzione, l’imitazione e l’empatia, esaminandoli pariteticamente con un approccio medico e umanistico; infine, è stata inserita un’indagine sulle applicazioni pratiche del teatro come terapia complementare nella riabilitazione dei pazienti parkinsoniani, constatando i limiti delle cure tradizionali ed introducendo innovative e recenti realtà di ricerca, fra le quali PARKIN-ZONE onlus di Roma e PoppingForParkinson di Londra, le quali si propongono di creare un ponte interdisciplinare per il recupero della quotidianità nella vita di chi è affetto da questa malattia.


I NEURONI SPECCHIO:

DA UN CASO DI SERENDIPITÁ ALLA MAPPATURA DEL CERVELLO

‹‹ L’uomo è un animale sociale. ››[2]

Così ci descriveva Aristotele nella sua Politica. Eppure, gli umani non sono gli unici esseri animati a vivere in gruppi sociali o in comunità complesse: basti pensare, ad esempio, alla struttura coloniale delle formiche. Tuttavia, senza ombra di dubbio, gli uomini hanno creato le società più articolate, regolate da capacità cognitive che consentono di proiettare nel mondo una rappresentazione del sé e di comprendere le intenzioni e le emozioni dell’altro da sé. In altre parole, si è evoluta, nella nostra specie, una intelligenza sociale.

Come suggerito dalla citazione riportata più in alto, lo studio dell’interpretazione del comportamento altrui non è affatto recente: con l’avvento delle tecniche di brain imaging, però, è stato possibile localizzare le regioni cerebrali implicate in tale elaborazione.


1.1 L’avanscoperta

I neuroni specchio[3] furono scoperti del tutto casualmente nella prima metà degli anni Novanta in un laboratorio del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Parma da un gruppo di ricercatori guidato da Giacomo Rizzolatti e composto da Vittorio Gallese, Giuseppe di Pellegrino, Luciano Fadiga e Leo Fogassi che, registrando l’attività neuronale dell’area F5 della corteccia premotoria ventrale anteriore dei macachi, ha verificato l’esistenza di un meccanismo che permette la diretta comprensione pre-linguistica e pre-riflessiva delle azioni transitive intenzionali: i neuroni dell’area F5, infatti, sono altamente specializzati nel codificare i comportamenti motori orientati ad un fine specifico e scaricano elettricità come risposta a stimoli solamente visivi. Vi è un alone di mistero intorno alla scoperta dei neuroni specchio, in quanto neppure i membri del team di Parma ricordano con esattezza cosa sia accaduto: Marco Iacoboni racconta che durante una pausa Gallese avrebbe scartato un gelato, mentre un’altra versione coinvolge Fogassi ed una nocciolina. Quel che è certo è che, contestualmente, gli elettrodi impiantati in un macaco registrarono la scarica di una cellula dell’area F5 legata all’atto di afferrare: i neuroni motori si erano attivati non durate l’esecuzione, bensì durante l’osservazione dell’azione compiuta dal ricercatore. In seguito a successive sperimentazioni[4], gli identici neuroni sono stati riscontrati anche nel lobo parietale inferiore: quando guardiamo un movimento, dunque, queste aree cerebrali si preparano ad eseguirlo. La dicitura neuroni specchio, infatti, sta proprio ad indicare che la loro attivazione implica una sorta di rilesso delle azioni altrui nel cervello. Una spiegazione a tali scariche era che potessero rappresentare il concetto dell’azione[5]: se tali neuroni partecipano attivamente nella comprensione dell’azione, ne consegue che la loro scarica sia la medesima tanto nell’osservazione dell’esecuzione di un moto quanto nell’intuirne il significato in assenza della sua visione fisica. Alcuni esperimenti[6] dimostrarono che i neuroni specchio dei macachi non si attivavano alla pura vista di un’azione, ma soltanto se l’azione veniva effettivamente svolta: se il movimento veniva mimato, le cellule non scaricavano. Eppure, le stesse sperimentazioni registrarono che il sistema specchio dei macachi identificava un’azione pur udendone esclusivamente il suono e che, in assenza della visione della parte finale dell’azione, il neurone era capace di integrare la sezione mancante riconoscendo nella sequenza parziale il senso complessivo dell’azione, rafforzando così l’ipotesi che la scarica specchio rappresenti il significato dell’atto.


1.2 Il sistema specchio nell’essere umano

Data l’incredibile similitudine genetica fra i macachi e l’essere umano, si è chiaramente presentata agli scienziati la questione sull’esistenza o meno del sistema specchio nell’uomo: purtroppo, ad oggi, non è stata registrata in noi alcuna cellula specchio. Tuttavia, sono numerose le prove indirette della presenza di tale meccanismo: grazie a sofisticate tecniche di brain imaging, quali la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI), entrambe modalità non invasive, in quanto nel soggetto dell’esperimento vengono inseriti degli scanner solo per un tempo variabile fra i quindici minuti e le due ore, è stato possibile individuare nella corteccia parietale posteriore e nella corteccia premotoria proprietà specchio[7].

1.2.1 La rivoluzione delle neuroimmagini

È necessario tenere a mente che con le modalità di neuroimaging[8] non si calcola direttamente l’attività neuronale, ma si misura il segnale elettrico generato dai cambiamenti nel flusso ematico cerebrale o dall’ossigeno in relazione al glucosio: ad esempio, con la PET si determina il metabolismo del glucosio per mezzo dell’introduzione di un elemento radioattivo per attivare il segnale, mentre con la risonanza magnetica funzionale si calcola il BOLD (Blood-Oxygenation Level Dependent), ovvero un segnale dipendente dall’ossigenazione sanguigna che si genera tramite i cambiamenti di stato elettromagnetico dell’emoglobina ossigenata con l’attivazione di una certa area del cervello. Le tecniche di neuroimmagini presentano il vantaggio di codificare simultaneamente il funzionamento di aree cerebrali distanti fra loro e di esaminare le regioni più profonde del cervello, interessanti in psichiatria in quanto sedi del sistema limbico, il quale è regolatore delle emozioni. Inoltre, poiché le rilevazioni sono ottenute in modalità pressoché innocue per i soggetti sottoposti agli esperimenti, è possibile effettuare una sequenza a lungo termine di esami che consistono in sessioni persino giornaliere. ‹‹Il risultato è simile ad una sorta di film dell’attività cerebrale ››[9]: anche se i soggetti sono completamente immobili, il loro sistema motorio esegue o simula le azioni osservate.

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